Joseph Nicolosi E Linda Ames Nicolosi, Omosessualità . Una Guida ...
JOSEPH NICOLOSI e LINDA AMES NICOLOSI, Omosessualità. Una guida per
i genitori, con Presentazione di Chiara Atzori, trad. it., Sugarco, Milano
2002, pp. 240, t 18,40
Cristianità N. 330 - 331, luglio - ottobre 2005, pp. 46 - 49
Il dottor Joseph Nicolosi è uno dei punti di riferimento della terapia riparativa dell’omosessualità; è
cofondatore e direttore del NARTH, l’Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia
dell’Omosessualità (cfr. <www.narth.com/>, visitato il 30-10-2005), e membro dell’APA, l’Associazione
Psicologica Americana. Ha pubblicato diversi studi sul tema dell’omosessualità (cfr. Omosessualità
maschile: un nuovo approccio, trad. it., con Presentazione di Chiara Atzori e Postfazione di Livio Fanzaga
S.P., Sugarco, Milano 2002, recensito da Bruto Maria Bruti, in Cristianità, anno XXXII, n. 321, gennaio-
febbraio 2004, pp. 18-22); esercita la professione presso la Thomas Aquinas Clinic di Encino, in California.
Nicolosi ha scritto con la moglie Linda Ames Omosessualità. Una guida per i genitori per rispondere alle
numerose domande di genitori e di educatori circa il comportamento non conforme al proprio genere che
un numero sempre maggiore di bambini mostrano; dunque, si tratta di un’opera a quattro mani, nella quale
però le parti propriamente cliniche sono del solo dottor Nicolosi, da cui l’alternanza del «noi» e dell’«io»
per indicare la paternità delle affermazioni (cfr. p. 18, nota).
L’opera si compone di una Presentazione del medico infettivologo Chiara Atzori (pp. 5-8), di una pagina
di Ringraziamenti (p. 9) e di nove capitoli, lungo i quali gli autori accompagnano genitori ed educatori alla
comprensione e alla prevenzione dell’omosessualità (pp. 11-220); l’esposizione è corredata da numerosi
esempi clinici e dall’apparato critico (pp. 221-234).
Nell’Introduzione (pp. 11-18) gli autori espongono la loro esperienza rispetto al sempre maggiore
bisogno, da parte di genitori e di educatori, di un’informazione chiara e onesta sull’omosessualità. Questa
necessità nasce non solamente dall’incremento del numero dei bambini che presentano il GID, il Gender
Identity Disorder, «Disturbo dell’Identità di Genere», ma anche dagli esiti della propaganda gay che, in
modo sempre più efficace, sta manipolando l’informazione circa l’omosessualità (cfr. il mio «After the
Ball»: un progetto «gay» dopo il baccanale, in Cristianità, anno XXXIII, n. 327, gennaio-febbraio 2005,
pp. 7-11).
I coniugi Nicolosi affermano che, al di là delle convinzioni etico-politiche di ognuno, prevenire
l’omosessualità è possibile ed è necessario perché espone le persone a una serie di rischi psico-fisici molto
seri, nei confronti dei quali gli eterosessuali sono maggiormente tutelati. Infatti gli omosessuali sono più
frequentemente soggetti a depressione maggiore, a disturbo d’ansia generalizzato, a disturbi del
comportamento, a dipendenza dalla nicotina, e ad abuso o a dipendenza da altre sostanze (cfr. David M.
Fergusson, L. John Horwood e Annette L. Beautrais, Is sexual orientation related to mental health pro-
blems and suicidality in young people?, in Archives of general psychiatry, vol. 56, n. 10, Chicago 1-10-
1999, pp. 876-880); hanno più frequentemente episodi suicidari (cfr. ibid.; Richard Herrell, Jack Goldberg,
William R. True, Visvanathan Ramakrishnan, Michael Lyons, Seth Eisen e Ming T. Tsuang, Sexual
orientation and suicidality: a co-twin control study in adult men, in Archives of general psychiatry, vol. 56,
n. 10, cit., pp. 867-874; Gerard van den Aardweg, Una strada per il domani. Guida all’(auto) terapia
dell’omosessualità, trad. it., Città Nuova, Roma 2004, pp. 62-63; e Marzio Barbagli e Asher Colombo,
Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia, il Mulino, Bologna 2001, pp. 54-58) e hanno un’aspettativa
di vita media decisamente inferiore rispetto a quella degli eterosessuali (cfr. Paul Cameron, The gay
nineties, Franklin, Adroit 1993, cit. in G. van den Aardweg, «Matrimonio» omosessuale & affidamento a
omosessuali, in Studi Cattolici. Mensile di studi e attualità, anno XLII, n. 449/50, Milano luglio-agosto
1998, pp. 499- 509, [ p. 501]).
Nell’opera è sottolineato un fatto curioso. L’attivismo gay è riuscito a espungere dai manuali diagnostici
l’omosessualità come disturbo, anche se, a dire il vero, nel Diagnostic and Statistic Manual of Mental
Disorders, versione IV-TR, (trad. it. DSM-IV-TR. Criteri diagnostici, Masson, Milano 2004), il manuale
diagnostico dell’APA, American Psychiatric Association, è presente un Disturbo Sessuale Non Altrimenti
Specificato, che può essere diagnosticato quando è riscontrabile un «persistente e intenso disagio riguardo
all’orientamento sessuale» (cfr. ibid., disturbo F52.9); si tratta, in altri termini, dell’«omosessualità egodi-
stonica» (cfr. DSM-III. Criteri diagnostici, trad. it., Masson, Milano 1983, disturbo 302. 00), ossia quella
degli omosessuali che non si riconoscono nell’identità gay. Tuttavia è singolare che nei manuali diagnostici
sia tuttora presente il Disturbo dell’Identità di Genere dei bambini, altamente predittivo di un futuro
sviluppo dell’omosessualità: «Nei bambini, l’anomalia si manifesta con uno dei seguenti sintomi: nei
maschi, affermazione che il proprio pene o i testicoli li disgustano, o che scompariranno, o affermazione
che sarebbe stato meglio non avere il pene, o avversione verso i giochi di baruffa e rifiuto dei tipici
giocattoli, giochi, e attività maschili; nelle femmine, rifiuto di urinare in posizione seduta, affermazione di
avere o che crescerà loro il pene, o affermazione di non volere che crescano le mammelle o che vengano le
mestruazioni, o marcata avversione verso l’abbigliamento femminile tradizionale» (DSM-IV-TR. Criteri
diagnostici, cit., disturbo F64.2). Secondo i Nicolosi «[...] la professione psichiatrica ha creato un’in-
congruenza di fondo, considerando i disordini dell’identità sessuale una patologia psichiatrica [nel
bambino], e il loro esito conclusivo nell’adulto (l’omosessualità) una condizione normale» (p. 186).
Nel capitolo 1, La mascolinità è una conquista (pp. 19-32), gli autori espongono brevemente le cause
relazionali dello sviluppo dell’omosessualità riprendendo e approfondendo le tesi della teologa ortodossa e
psicologa inglese Elizabeth Moberly sull’origine familiare dell’omosessualità, esposta nella sua opera
Homosexuality: A New Christian Ethic (James Clarke & Co, Cambridge 1983). Secondo i Nicolosi, le
persone omosessuali, anziché sviluppare un soddisfacente attaccamento emotivo nei confronti dei genitori
del proprio sesso, sentendosi rifiutate sviluppano invece un «distacco difensivo» (ibid., p. 6) che li protegge
da ulteriori frustrazioni. Le cause di questo mancato attaccamento possono essere le più svariate e
coinvolgono tutti gli elementi del sistema familiare; l’esito sarà «un problema di grave mancanza di
autostima e di senso di inadeguatezza sessuale» (p. 31). Il mondo maschile rappresenterà sempre un
fortissimo richiamo e una minaccia; crescendo, il desiderio affettivo assumerà una connotazione sessuale.
Secondo gli autori «il cuore della condizione omosessuale è l’autoinganno. [...] È una rivolta contro la
realtà, una ribellione contro i limiti insiti nella natura umana» (p. 22).
In questo capitolo gli autori colgono l’occasione per ribadire la differenza fra gay e omosessuali: «[...] il
termine gay ha un’accezione politica che implica un enorme bagaglio di questioni ideologiche e [...] il
termine scientifico più adatto [per indicare una persona attratta da altri dello stesso sesso] è omosessuale»
(p. 20).
Nel capitolo 2, Il bambino preomosessuale (pp. 33-55), i coniugi Nicolosi espongono in modo sintetico
ma efficace il delicato tema dell’identità e della natura della persona; cioè mostrano come la questione
relativa alla maggiore o minore naturalità dell’omosessualità non è di competenza della scienza:
«Contrariamente a quanto spesso si sente dire, la scienza ha dei limiti intrinseci: essa descrive la realtà,
può dirci “ciò che è”, ma non “ciò che dovrebbe essere”» (p. 35). Gli autori utilizzano un esempio per
chiarire il concetto: «Possiamo affermare che l’obesità è la sua [di Jack, il ragazzo dell’esempio] vera
natura? Non è più giusto dire che la sua condizione è il frutto di una combinazione di fattori biologici,
influenza familiare, influenza sociale esercitata dai suoi coetanei e una personale scelta comportamentale
(esattamente come per l’omosessualità)?» (p. 36).
«L’essere umano non è destinato all’obesità; abbiamo il dovere di rispettare le persone affette da questo
problema e sostenere la loro battaglia, ma non possiamo affermare che l’obesità è parte integrante della
loro identità.
«Questo è lo stesso comportamento da tenere nei confronti degli adolescenti confusi sulla loro identità
sessuale» (ibidem).
Secondo l’esperienza del dottor Nicolosi, i bambini confusi nella loro identità sessuale possono evitare
una futura omosessualità se le relazioni nel sistema familiare si modificano in modo da fornire loro un
modello maschile positivo al quale essi possano ispirarsi nelle sfide della vita.
Nel capitolo 3, Omosessuali si nasce? (pp. 56-66), gli autori s’impegnano nella confutazione delle teorie
secondo le quali l’omosessualità sarebbe una condizione innata. Queste teorie sono propalate dagli attivisti
gay nell’intento di convincere l’opinione pubblica che l’omosessualità sarebbe «normale», seguendo un
ragionamento di questo genere: se una persona nasce omosessuale nessuno ne ha la responsabilità, e non vi
si può fare nulla, anzi! Ogni tentativo di cambiamento sarebbe una violenza alla «vera natura» della
persona.
Tuttavia questo ragionamento sarebbe fallace anche se l’omosessualità avesse una causa genetica: per
esempio, la sindrome di Down è innata, ma nessuno la considera normale.
Le teorie innatiste dell’omosessualità si basano principalmente su due esperimenti.
Il primo è quello condotto nel 1991 dal biologo statunitense Simon Le Vay — omosessuale e attivista gay
—, il quale sezionò alcuni cadaveri fra i quali quelli di uomini presumibilmente omosessuali. Le Vay scoprì
che il terzo nucleo interstiziale dell’ipotalamo — chiamato INAH-3 — aveva dimensioni simili nelle donne
e negli omosessuali, mentre mostrava dimensioni maggiori nel caso degli uomini dei quali non era
disponibile alcuna informazione sull’orientamento sessuale. Sostanzialmente, questo ricercatore ha
confrontato l’ipotalamo di omosessuali con quello di uomini dall’orientamento sessuale sconosciuto. Oltre
a ciò va considerata la plasticità del cervello; non è possibile cioè escludere che un comportamento
omosessuale abbia un’influenza sulle parti dell’encefalo. Oltre a tutto questo, fu lo stesso Le Vay a
dichiarare: «Bisogna considerare ciò che non sono riuscito a dimostrare. Non ho provato che
l’omosessualità è genetica, né ho trovato una causa genetica dell’omosessualità. Non ho dimostrato che
omosessuali si nasce» (p. 57).
Il secondo esperimento è quello pubblicato nello stesso anno da J. Michael Bailey e Richard Pillard (cfr.
A genetic study of male sexual orientation, in Archives of general psychiatry, vol. 48, n. 12, Chicago 1-12-
1991, pp. 1089-1096). Questo studio, che secondo gli attivisti gay avrebbe dimostrato l’origine genetica
dell’omosessualità, in realtà dimostra l’esatto contrario. I due scienziati presero in esame coppie di fratelli
nelle quali almeno uno dei due aveva un orientamento omosessuale. I gemelli omozigoti — che
condividono l’identico patrimonio genetico — erano entrambi omosessuali nel 52% dei casi; è una
percentuale tutt’altro che trascurabile, ma se l’omosessualità avesse un’origine genetica la percentuale
avrebbe dovuto essere il 100%. Ma le sorprese non sono finite: i gemelli di zigoti erano entrambi
omosessuali nel 22% dei casi, mentre i fratelli non gemelli lo erano nel 9.2% dei casi. Curiosamente, nel
caso dei fratelli adottivi — che non condividono nulla del patrimonio genetico — la percentuale era del
10.5%, cioè superiore a quella dei gemelli biologici.
Nel capitolo 4, Il ruolo della famiglia (pp. 67-97), gli autori indagano sui ruoli e sulle dinamiche familiari
connesse con lo sviluppo dell’omosessualità. Emerge con evidenza come il fattore scatenante
l’omosessualità non sia solamente un padre di un certo tipo, ma la relazione fra il padre e il figlio; e quale
influenza abbia la madre su questa relazione, e quale relazione quest’ultima intrattenga con il marito e il
figlio. Pare quindi importante considerare la famiglia come un «sistema», e non solamente come la somma
d’individui; è questo una conferma e un superamento della «relazione triadica classica» (p. 74) individuata
dallo psichiatra e psicoanalista statunitense Irving Bieber (1908-1991, basata su caratteristiche individuali
dei membri della famiglia: «Siamo portati a pensare che la triade caratterizzata da un’intimità vischiosa
materna e dal distacco-ostilità paterno sia il modello “classico” più favorevole alla promozione
dell’omosessualità o di gravi problemi omosessuali nel figlio» (I. Bieber e Collaboratori, Omosessualità,
«Il Pensiero Scientifico» Editore, Roma 1977, p. 153). In questo capitolo, i coniugi Nicolosi forniscono
alcune utili indicazioni per i genitori alle prese con questo problema.
Nel capitolo 5, Amici e sentimenti (pp. 98-118), gli autori affrontano il delicato tema dei rapporti dei
bambini affetti da GID con i coetanei dello stesso sesso. I bambini affetti da GID, infatti, tendono a isolarsi
e a mantenere comportamenti solitari; eventualmente giocano e frequentano preferibilmente amici del sesso
opposto, ma difficilmente hanno amici dello stesso sesso. Questo atteggiamento, secondo i coniugi
Nicolosi, è la conseguenza dell’opinione — formatasi in famiglia — che questi bambini hanno di sé: «[...]
il bambino prova un profondo disagio in compagnia di altri uomini e non si sente all’altezza del mondo
maschile» (p. 31); secondo lo psicoterapeuta olandese Gerard van den Aardweg, inoltre, i rapporti con i
coetanei dello stesso sesso sarebbero ancora più determinanti delle relazioni familiari nel produrre un senso
d’inferiorità in riferimento al proprio genere (cfr. G. van den Aardweg, Omosessualità e speranza, trad. it.,
Ares, Milano 1995; e IDEM, Una strada per il domani, cit.). Inoltre, nello stesso capitolo, gli autori mettono
in guardia i genitori da associazioni che propagandano lo stile di vita gay sfruttando il momento di
difficoltà dei genitori, e sottolineano l’importanza dell’attività sportiva per il superamento delle difficoltà di
genere elencando gli sport che a loro parere possono aiutare a sviluppare un sano potenziale eterosessuale.
Nel capitolo 6, Verso l’adolescenza (pp. 119-155), i coniugi Nicolosi affrontano una fase importante
dello sviluppo della persona, in particolare di quella che ha difficoltà con la propria identità di genere.
Questo periodo è particolarmente delicato perché le pulsioni affettive cominciano a erotizzarsi — e quindi
comincia per il ragazzo o per la ragazza il rischio di intraprendere comportamenti pericolosi — e perché gli
adolescenti sono particolarmente sensibili al bombardamento mediatico, e la strategia gay prevede un
massiccio uso dei mass media per «[...] diffondre la convinzione che l’omosessualità debba essere
considerata una condizione normale» (p. 179). I coniugi Nicolosi, infatti, sottolineano come nel caso di
diversi adolescenti da loro incontrati l’essere omosessuale o meno sia una questione di moda, e il
parteggiare per il movimento omosessualista sia vissuto come una lotta per i diritti civili. Gli autori,
ricorrendo a ricerche e alla letteratura scientifica, dimostrano come gli adolescenti con problemi di
omosessualità siano particolarmente esposti a problemi psichiatrici o a comportamenti antisociali e
autodistruttivi, come tentativi di suicidio, fughe da casa, tossicodipendenza, alcolismo e prostituzione;
infatti, per molti omosessuali, l’adolescenza è il momento dei primi contatti con il mondo gay. Vista la
criticità dell’età adolescenziale, per i ragazzi che hanno problemi d’identità di genere, gli autori mettono in
guardia i genitori nei confronti di programmi educativi scolastici miranti a presentare l’omosessualità come
«normale» e la critica nei confronti dell’omosessualità e del mondo gay come «omofobia». Questi
programmi esistono anche in Italia: sono condotti dall’AGEDO, l’Associazione di Genitori, Parenti e
Amici di Omosessuali (cfr. <www.agedo.org/index_i.html>, visitato il 30-10-2005) e sono finanziati con
fondi pubblici. Questo capitolo è anche l’occasione per ricordare i legami fra lo sviluppo dell’omosessualità
e abusi subiti in età infantile o adolescenziale.
I coniugi Nicolosi dedicano il capitolo 7, Da maschiaccio a lesbica (pp. 156-175), a un tema spesso
dimenticato nei dibattiti e sui mass media, ossia quello dell’omosessualità femminile, cioè del lesbismo. Il
dottor Nicolosi afferma: «Credo che alle origini del lesbismo vi sia il rifiuto inconscio della propria
identità femminile. Solitamente, le donne che diventano lesbiche decidono a livello inconscio che essere
femmine è rischioso o indesiderabile. A volte perché hanno subito le molestie sessuali di un uomo, oppure
(e questo è il caso più frequente) perché si confrontano con una figura materna ai loro occhi debole o
negativa» (p. 157). Anche in questo caso vengono analizzate le dinamiche familiari, ma non vengono
taciute le responsabilità del femminismo, responsabile di diffondere un rifiuto della «ricettività» (p. 160)
definita «l’anima della femminilità» (p. 160).
Nel capitolo 8, La politica della cura (pp. 176-191), gli autori affrontano il tema delle politiche culturali
dell’omosessualità e il loro ruolo nella confusione sessuale dei giovani. Questo tema riguarda forse
l’ostacolo maggiore che i genitori incontrano nel loro cammino di comprensione e di riparazione delle
ferite dell’identità sessuale dei propri figli. Lo strumento più potente di queste politiche culturali è la
scienza; Nicolosi ribadisce che la scienza non può stabilire cosa è normale e cosa non lo è, ma deve
limitarsi a descrivere il fenomeno: «I dati scientifici forniscono una descrizione del mondo e mettono a
disposizione di tutti dei fatti utili alla comprensione della realtà in cui viviamo, ma l’essenza umana, l’i-
dentità più profonda dell’uomo, è una questione che compete alla filosofia e alla religione. La scienza può
svolgere solo una funzione descrittiva, la filosofia e la teologia forniscono una prospettiva più ampia al di
là del mondo materiale, ossia un’immagine della pienezza umana» (p. 178). Purtroppo — sostiene Nicolosi
—, il mondo della scienza è dominato da correnti ideologiche assolutamente favorevoli all’omosessualismo
(cfr. R. Marchesini [a cura di], La terapia riparativa dell’omosessualità. Colloquio con Gerard J. M. van
den Aardweg, in Studi Cattolici. Mensile di studi e attualità, anno XLIX, n. 535, Milano settembre 2005,
pp. 616-622). Un esempio chiarissimo di questa contaminazione, che talvolta si trasforma in una vera
manipolazione, è data dal celebre «10%», che corrisponderebbe alla percentuale di omosessuali presenti
nella società secondo gli studi dell’entomologo statunitense Alfred Kinsey (1894-1956); questo dato,
propalato dagli attivisti gay, non è mai stato confermato da nessun’altra ricerca, ed è frutto di una pesante
manipolazione (cfr. Judith A. Reisman ed Edward W. Eichel, Kinsey, sex and fraud. The indoctrination of
a people, Lafayette, Huntington 1990).
Nel capitolo 9, Il processo terapeutico (pp. 192-220), gli autori descrivono e trascrivono alcune sedute
terapeutiche con i genitori di bambini sessualmente confusi, ma anche quelli di adolescenti alle prese con
nuovi impulsi omosessuali, e contiene consigli educativi per i genitori per accompagnare i loro figli alla
scoperta del loro potenziale eterosessuale. Merita la trascrizione di un brano presente nell’ultima pagina di
questo capitolo: «È nostra convinzione che l’umanità debba vivere in conformità con l’ordine naturale, al
fine di realizzarsi pienamente. Noi crediamo che la complementarietà sessuale e l’eterosessualità siano il
fondamento di quest’ordine naturale. Tutte le volte che neghiamo l’importanza delle differenze sessuali,
non rispettiamo l’integrità della condizione umana» (p. 220).
Per quanto riguarda l’omosessualità, l’opera dei coniugi Nicolosi appare decisamente apprezzabile
perché risponde all’invocazione sempre più pressante di genitori e di educatori preoccupati per i
comportamenti dei bambini loro affidati; oltre a questo, è ricco di osservazioni e d’informazioni in maniera
tale da poter essere lo strumento per un primo approccio al tema dell’omosessualità per chiunque.
Eppure il testo si rivela, a una lettura approfondita, collocato sullo sfondo del più grande tema della lotta
spirituale che la nostra natura decaduta deve affrontare ogni giorno per reagire alle ferite che ognuno di noi
si porta dentro e liberare così il nostro pieno potenziale umano: «È sempre un grave errore credere che in
un dato momento della vita le nostre lotte interiori siano “concluse”; in realtà, come esseri umani siamo
estremamente vulnerabili, sia che la nostra lotta riguardi l’omosessualità che l’alcolismo, la tossi-
codipendenza, la golosità o persino l’orgoglio» (p. 152).
Roberto Marchesini